"Ora non dormo senza le gocce"

La storia di una 70enne che con il marito ha perso 400 mila euro E a un imprenditore avevano sconsigliato la vendita nel 2013 di Laura Pigani

UDINE. Sognava una vecchiaia serena accanto al marito. Quel gruzzoletto accantonato – e pronto per qualsiasi evenienza – la faceva stare tranquilla. E poi c’era il progetto di aiutare un figlio a restaurare casa. La somma messa vicino anno dopo anno sarebbe servita anche a quello. E invece no.

Non sarà così per questa settantenne udinese. Perchè le oltre 5.500 azioni della Banca Popolare di Vicenza in cui lei e il coniuge avevano riposto fiducia e futuro ora sono diventate fumo. Un investimento pari a 400 mila euro che non vale più nulla.

«Ho sempre dormito come un sasso – ci racconta –, ma da quando ho saputo di aver perso tutto non dormo più la sera se non ho le mie gocce. Avevamo iniziato a investire ancora quando la Banca popolare di Vicenza si chiamava Popolare Udinese. Ci fidavamo dei due funzionari e del direttore di filiale che ci avevano fatto credere di avere fatto un bell’investimento».

Ha il dente avvelenato e non crede nella loro buona fede. «Ci hanno intossicato l’animo» dice lei, che ora si trova a fare i conti con una grave patologia cardiaca determinata, secondo i medici, dallo stress psicologico al quale è stata sottoposta in questi mesi.

«Soffro di fibrillazione atriale parossistica e cardiopalmo – spiega –: andavo a dormire con il pensiero di non aver più un investimento sicuro e mi svegliavo con lo stesso pensiero. Ora ci devo convivere, il mio cardiologo mi ha detto che non si guarisce. Dall’oggi al domani ho visto svalutare le azioni, ma quando ho chiesto spiegazioni nessuno sapeva niente. Tutti dicevano di attendere disposizioni dall’alto. E tutti dicevano di aver a loro volta investito in azioni e di aver convinto a farlo anche parenti e familiari».

«Cerco di essere forte per mia moglie – sostiene il marito –, ma questa cosa mi ha tagliato le gambe. Avevo messo lì i soldi della liquidazione. Ora si cerca, a fatica, di girare pagina, spero nell’azione collettiva di risarcimento».

Il copione si ripete anche per un imprenditore settantenne che abita in provincia. «Le avevo acquistate quando ancora c’era la Popolare Udinese – racconta – e i dividendi venivano a loro volta trasformati in azioni. Nel 2013, quando le volevo vendere, ne avevo 5.500 e valevano circa 344 mila euro (62,5 euro l’una). Ma in banca, con argomentazioni più o meno plausibili, mi dicevano che non mi conveniva». Nel 2014 l’imprenditore si è deciso a fare domanda scritta alla filiale della BpVi, per poterle vendere, ma mi hanno risposto «che sarebbero rimaste bloccate fino all’assemblea dei soci». E per alcune azioni della moglie «avevamo già pagato l’affrancamento, che non ci è mai stato restituito». Oltre al danno, dunque, la beffa. La coppia, inoltre, è in stand-by anche sul fronte obbligazioni, sottoscritte dalla moglie (che avrebbe voluto invece rinnovare i bot). «Le hanno detto che i soldi sono disponibili – chiarisce l’imprenditore – e ora attendiamo il rimborso, ma prima di dicembre non sarà possibile: ci hanno detto di aspettare a causa del passaggio in spa della BbVi».

Anche un funzionario regionale di 65 anni è rimasto invischiato nelle svalutazioni dei titoli della Banca Popolare di Vicenza. «Se fossi riuscito ad andare in pensione tre anni fa avrei sicuramente investito tutto il mio Tfr, fortunatamente non è andata così – spiega con un sospiro di sollievo – e ho investito soltanto 15 mila euro, parte del premio di un’assicurazione scaduta e riscattata nel 2010».

Inizialmente leggeva i rendiconti che puntualmente una filiale della Carnia della BpVi gli inviava prima delle assemblee dei soci e rimaneva soddisfatto dell’andamento delle azioni, sempre in aumento. «Questo mi rassicurava, ero tranquillo sull’investimento e – ammette – ho cominciato ad abbassare la guardia fino al momento in cui mi

hanno comunicato la rendita. A quel punto sono caduto dal pero di fronte alla svalutazione. Conoscendo da moltissimi anni gli impiegati della filiale – conclude – non credo siano responsabili: sono stato semplicemente ingannato dal “sistema banca”».

Fonte Messaggero Veneto